Intervista di Miriam Bruera per il podcast ‘She Heals The World’
‘She Heals The World’, è un brand globale che, tramite una rete internazionale di Business Coach, ha l’obiettivo di aiutare 10.000 donne nel mondo a raggiungere il successo, in armonia con il benessere personale.
Chi mi conosce sa che questo tema mi sta particolarmente a cuore e che da tempo sono attiva in diverse community e iniziative che hanno l’intento di supportare le donne nello sviluppo della loro carriera e del benessere personale.
In passato come Role Model ho svolto attività di volontariato nelle scuole ed oggi grazie all’invito di Miriam Bruera che ha fatto di questa vocazione una professione ho l’opportunità di parlare di Emozioni e Leadership.

[Miriam] Questa sera abbiamo un tema bellissimo, infatti sono davvero felice di accogliere qui la nostra ospite Beatrice Bottini per parlare del potere delle emozioni nella leadership. Insieme a lei esploreremo il ruolo delle emozioni nello sviluppo della leadership e nella crescita personale e professionale di ognuna di noi.
Ma entriamo nel vivo… Generalmente si pensa che il manager o leader debba essere una persona molto razionale e non provare emozioni. Quindi come possiamo valorizzare le emozioni all’interno delle organizzazioni e cosa succede quando iniziamo a portare in modo più consapevole nei team proprio questi aspetti?
Su questo posso raccontare un aneddoto, perché qualche anno fa, mentre stavo preparando un’attività di facilitazione che voleva stimolare sia l’area razionale, sia quella corporea che l’area emotiva del cervello, una persona (un altro consulente) mi ha detto: ‘Ma no in questa riunione si parlerà di report, di dati. Qui non ci sarà una parte emozionale, quindi le emozioni, il limbico, non ci saranno!’
Voleva tagliare l’attività di facilitazione che avevo preparato e lì rimasi così interdetta da questo rifiuto netto. Poi con il tempo ho maturato proprio questa consapevolezza, grazie ad anni di esperienza nelle aziende.
Rispetto all’idea illusoria che al lavoro possiamo, come dire, tenere le emozioni fuori dalla porta dell’ufficio. Che possiamo intraprendere una qualsiasi riunione o una qualsiasi attività lavorativa, anche semplice, con metà del cervello quindi soltanto con la parte razionale.
Non possiamo pensare che la parte emotiva non influenzi il nostro comportamento. In realtà le neuroscienze, che inizialmente avevano l’obiettivo di dimostrare la supremazia della razionalità sulle emozioni, in realtà hanno dimostrato il contrario: a quanto pare circa l’80% del nostro agire, dei nostri comportamenti, ha una matrice emozionale.
E quindi che cosa significa? Significa che se noi non consideriamo la variabile emozionale nella formula di quello che è il nostro lavoro, il nostro comportamento, le nostre modalità di pensiero, le decisioni che prendiamo, di fatto è come se non usassimo tutto il nostro cervello, tutta la nostra intelligenza. È come se usassimo soltanto una parte di noi.

[Miriam] Io mi sono sempre chiesta: ma se l’essere umano è nato con queste due parti, quindi con una parte più razionale e una parte più intuitiva, più emotiva, ci sarà una ragione, altrimenti avremo solo la parte razionale. Ed effettivamente ho riscontrato che molto spesso anche nello sviluppo delle aziende non si utilizza tanto questa parte, ma probabilmente perché per molti anni si è puntato tanto sulle performance. Mettendo poi in secondo piano tutto il resto, è così?
Proprio così diciamo che a volte nelle organizzazioni le emozioni sono un argomento tabù, è ancora difficile nei team parlare di emozioni. Tant’è vero, ti confesso che a volte quando cerco di tastare il polso del clima emotivo del team e chiedo: ‘Allora che emozioni state provando? Quali emozioni girano intorno a questo progetto?’
Di fronte a domande di questo tipo, spesso le persone mi rispondono con dei pensieri, anche articolati. Faccio finire tutto il giro di condivisione e al termine dico: ‘Scusatemi sbaglio o non mi avete nominato nemmeno un’emozione?’
Professionisti brillanti, persone super competenti eppure faticano ad esprimere le emozioni. Quindi da un lato abbiamo uno scarso vocabolario emozionale e questo ci riguarda un po’ tutti e dall’altro lato, diciamo, la componente emotiva è ancora un tabù nelle aziende, perché per i leader, per i manager, per chi deve performare, appunto, c’è questo falso mito per cui la l’emotività rappresenti un puto debole.
In realtà non è così, la dimensione emotiva può essere trasformata in un punto di forza.

[Miriam] Beatrice, so che tu hai creato un tuo metodo, addirittura un gioco. Quindi raccontaci un pochino qual è la tua esperienza all’interno di questo grande tema delle emozioni. Come hai iniziato a trattare il tema delle emozioni, nel tuo lavoro?
Le tecniche di coaching e facilitazione esperienziale che adotto nel mio lavoro attingono a questa matrice teorica e alle ricerche neuroscientifiche. Quindi ho sperimentato delle attività che poi mi hanno portato, grazie ai risultati ottenuti, a credere fortemente nel potere delle emozioni. Quello che spesso sottovalutiamo è che l’intelligenza emotiva è un’intelligenza diffusa perché è un’intelligenza del corpo.
Di fatto il nostro cervello non risiede soltanto all’interno del nostro cranio, in realtà gli studi dimostrano che noi abbiamo delle connessioni neurali anche in altre in altre parti del corpo. In qualche modo, quando parliamo di intelligenza emotiva parliamo di un’intelligenza diffusa che si estende ulteriormente, quindi arriva il cuore, arriva a tutto il corpo e ci aiuta a prendere decisioni, ci guida nelle azioni e rappresenta una sorta di bussola, la bussola del qui e ora.
Le emozioni incidono molto anche sulla nostra capacità di cambiare, di evolvere. Noi pensiamo che il cambiamento sia qualcosa di razionale. In realtà il cambiamento ha una matrice emozionale se noi pensiamo anche alle aziende, alla fine i manager sono dei changemaker, sono coloro che guidano i cambiamenti e che ispirano le persone nel cambiamento.
L’arte di dare cittadinanza alle emozioni non solo nella nostra vita privata ma anche in quella lavorativa è qualcosa che io ho riscontrato essere molto efficace. Per i leader è molto importante sviluppare le competenze di Self Awareness, Self Management e Self Direction, cioè è importante riuscire ad avere consapevolezza delle proprie emozioni, riuscire a riconoscerle per poterle usare poi al meglio quando si lavora con i team e si prendono decisioni. È importante saper gestire le emozioni: quindi prima le riconosciamo, prima ne siamo consapevoli, prima diamo un nome alle nostre emozioni e prima riusciamo a saperle gestire, quindi, a orientare i nostri comportamenti in modo intenzionale.
E poi un’altra dimensione importante è la Self Direction cioè la capacità di essere connessi con ciò che vogliamo. Conoscere la direzione che vogliamo intraprendere implica riuscire a vedere più opzioni più strade possibili per raggiungere l’obiettivo, ma senza perdere, il contatto con quella che è la nostra stella polare, cioè il nostro Nobel Goal.
[Miriam] Beatrice, hai citato delle ricerche interessantissime sul fatto che l’emozione che sta provando il leader in realtà non è neutra rispetto al team, ma ha un impatto e contribuisce ad influenzare il clima emotivo.
Esatto, anche se viene spesso sottovalutato c’è un aspetto da considerare: il leader con i suoi comportamenti, con il suo linguaggio, influenza fortemente il clima emotivo del team quindi ha un impatto sulle emozioni dei collaboratori, quindi influenza il benessere e le performance dei collaboratori molto di più di quello che si possa pensare.
Influenza anche il modo in cui loro agiscono nel lavoro. Quindi quando un manager esprime per esempio rabbia, frustrazione, la riversa sui collaboratori, questo poi alla fine può aumentare i tassi di cortisolo, può incidere sulla sicurezza psicologica nei team, può portare le persone a ridurre le loro capacità di elaborare informazioni, inibire la creatività, inibire il rischio, quindi la capacità di innovare. Questo, è uno degli aspetti che una leadership consapevole dovrebbero tenere più in considerazione e non sottovalutare, cioè i possibili effetti collaterali del contagio emotivo, perché le emozioni sono contagiose. Agire senza pensare a quanto il tuo umore, il tuo stato d’animo influenzino in modo positivo o in modo negativo le prestazioni, la soddisfazione, il benessere dei collaboratori e anche le modalità in cui loro agiscono è rischioso. A volte dei manager che sono molto ottimisti, sempre positivi possono influenzare il team nel sottovalutare i rischi. Oppure al contrario quando sono molto ansiosi possono portare i collaboratori ad un eccesso di controllo, un eccesso di analisi e quindi limitare l’innovazione. Le ricerche ci dicono che il manager influenza il clima relazionale e l’umore dei collaboratori per circa il 50%-70%.

[Miriam] Monia ci chiede: “Cosa consiglia Beatrice? Se si vive in una realtà lavorativa ma anche sociale, dove l’intelligenza emotiva non è né conosciuta né tantomeno valorizzata?
Grazie Monia. Direi che ci sono infinite cose che si possono fare. Tuttavia ricordiamoci che ogni caso, ogni contesto è a sé, quindi non esistono ricette pronte, one size fits all, da calare dall’alto. Una delle cose che si può fare dipende ovviamente dall’obiettivo. Qual è l’obiettivo che abbiamo? Ad esempio se abbiamo l’obiettivo di far conoscere il tema dell’intelligenza emotiva, perché molte delle richieste che ricevo sono: “A me basta anche soltanto che le persone in azienda conoscano che esistono anche queste tematiche e competenze che si possono sviluppare”.
Quindi il primo passo sicuramente è conoscere questa parte di noi, l’esistenza di questo mondo interiore ricco di risorse e l’esistenza di una dimensione emotiva che ci caratterizza. Per poi iniziare a chiedersi: quale ruolo, quale impatto possono avere le emozioni della nostra vita? Nel modo in cui prendo le decisioni ad esempio? Nel modo in cui mi relaziono con colleghi e collaboratori in azienda?
L’altro aspetto è iniziare ad allenare l’intelligenza emotiva, perché grazie alla neuroplasticità noi possiamo allenare le competenze di EI esattamente come se questa fosse un muscolo. Così come con i nostri muscoli, attraverso specifici allenamenti, esercizi, noi possiamo accrescere e allenare le competenze di intelligenza emotiva. Tra l’altro ci sono anche degli assessment di EI. Di solito io somministro dei test per misurare l’intelligenza emotiva, sia nei team sia nei professionisti e quindi una volta definito l’obiettivo ed il risultato che si desidera ottenere si possono realizzare proprio dei percorsi dedicati all’allenamento, delle competenze, di intelligenza emotiva. Anche perché, come diceva Miriam, se noi non siamo consapevoli delle nostre emozioni, diciamo, alla fine finisce che sono le emozioni che decidono per noi, cioè noi finiamo per non essere consapevoli, quindi per agire con il cosiddetto pilota automatico.
Quindi, la prima domanda che ci facciamo è, siamo noi al posto di guida, al posto di comando o siamo un semplice passeggero? O sono invece i condizionamenti, i bias cognitivi e, appunto, le emozioni che guidano noi nel nostro agire e sentire?
Questo probabilmente, spero di averti risposto, potrebbe essere una delle prime cose da fare. Poi tra l’altro c’è da dire anche che le emozioni sono una ricchezza, un patrimonio e uno strumento che riguarda tutti, hanno a che fare con chi siamo, con la consapevolezza di noi, con il nostro benessere, hanno a che fare con il relazionarci con gli altri e con il mondo.
Grazie Beatrice…
Per chi desidera ascoltare l’intervista integrale con lo scambio di opinioni tra me e Miriam Bruera può farlo su ClubHouse accedendo al Canale di ‘She heals the world’.
Riferimenti bibliografici
- D. Goleman, Lavorare con l’Intelligenza Emotiva, BUR Rizzoli, 2023
- D. Goleman, Essere Leader, BUR Rizzoli, 2023
- Tavolo di Ricerca AICP, Coaching Organizzativo. Quando il coachee è l’organizzazione, Franco Angeli, 2025
